Le Porte del Valhalla - L'elmo di Odino
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Storico - romanzo (126 pagine) - 1944. Una squadra di nazisti giunge nell’Italia divisa dalla guerra per trovare una reliquia che potrebbe cambiare le sorti del conflitto: l’Elmo di Odino.
Italia, 1944. Mentre l’inferno della guerra attraversa la penisola, l’hauptsturmfuhrer delle SS Helmut Kramer è in missione segreta sugli Appennini Centrali.
La spedizione, finanziata dalla misteriosa Sezione Undici, una cellula occulta in seno all’Ahnenerbe, l’organizzazione scientifico-esoterica che si occupa di ricercare le origini mitiche e storiche del Reich, deve riuscire a disseppellire dalle viscere di un monastero diroccato, sepolto dalle nevi, un’antica reliquia dai poteri apparentemente illimitati.
Ci sono voluti anni di ricerche per scoprire l’ubicazione dell’Elmo di Odino, un artefatto perduto che il Dio Vichingo in persona donò agli uomini portandolo da Asgard. La leggenda narra che chiunque lo indossi può condurre un esercito alla vittoria.
Heinrich Himmler farebbe carte false per impadronirsene e così il suo rivale nella scalata al potere, Hermann Goring. Entrambi sono in competizione per sostituire Adolf Hitler, ormai un relitto alla guida di una Germania devastata.
Anche Churchill e Roosevelt sono interessati alla reliquia e intenzionati a non lasciare nulla di intentato perché non cada nelle mani dei nazisti. Nessuno sa cosa sia in realtà l’Elmo di Odino e sarebbe un incubo se si rivelasse un’arma in grado di rovesciare le sorti del conflitto.
È un pensiero che affligge anche Kramer. Gli Alleati avanzano da sud e i bombardamenti devastano le città italiane. L’Europa sta sprofondando nel caos. Kramer e i suoi uomini devono arrampicarsi sui monti, affrontare un mistero che affonda nella notte dei tempi e cercare di rimanere vivi. Perché una spia si annida tra di loro pronta a uccidere chiunque è entrato in contatto con la reliquia. Perché hanno tutti contro: inglesi, americani, tedeschi e partigiani italiani.
Perché l’Elmo di Odino è qualcosa di oscuro e letale.
Qualcosa che potrebbe cambiare per sempre il destino del mondo.
Laureato in lettere, Andrea Valeri si occupa di musica, scrittura di racconti, romanzi, poesie, sceneggiature per cortometraggi. Ha collaborato con diverse webzine scrivendo recensioni e interviste nell’ambito della musica dark, rock, metal e cinema (Zeromagazine.it, Negatron.it, N-core). Ha condotto un programma radiofonico, Chaos Party, che trasmetteva musica dark, rock e metal interessandosi di realtà locali e gruppi esordienti. È entrato a far parte dell’antologia I Mondi del Fantasy per la Limana Umanita Edizioni. Ha partecipato al progetto “Serial Writers” sponsorizzato da Mediaset per la creazione di una fiction da proporre su La5.
È stato segnalato al premio Algernon Blackwood 2014, finalista al premio Giallolatino 2015 e al premio Segretissimo Mondadori 2017.
I suoi thriller erotici sono usciti per i tipi della Delos Digital, nella collana Dream Force. Si è cimentato anche con il western, pubblicando una saga in cinque episodi, Gold Creek, e con il mondo dei pirati ne I Pirati della Black Keel.
Recentemente è uscito il suo romanzo Il Sole di Ferro sempre per Delos Digital.
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Anteprima del libro
Le Porte del Valhalla - L'elmo di Odino - Andrea Valeri
9788825405965
1. L’Elmo di Odino
Interlaken, Svizzera, 1939
Le dita scivolavano veloci sulle pagine ingiallite dal tempo.
Il fruscio della carta faceva da sottofondo ai lamenti del prete rannicchiato in un angolo della sala in pietra nella sacrestia della chiesa. Due uomini vestiti in maniera elegante, con la spilla dai doppi fulmini appuntata sul bavero delle giacche, lo tenevano d’occhio, indifferenti al sangue che gli impiastricciava il volto. Poteva urlare quanto voleva. L’edificio ligneo era abbastanza isolato nel bosco da impedire che qualcuno potesse sentirlo.
Helmut Kramer continuava a sfogliare il volume antico che era riuscito a recuperare nella biblioteca sotterranea custodita in un angolo segreto delle cripte. Il suo sguardo era rapito dalle figure fantastiche dipinte con maestria sopraffina da un ignoto incisore medievale.
Creature mostruose, ibridi tra uomini e pesci, si aggiravano in un panorama alieno, composto da costruzioni geometriche fantasiose e surreali. Un paesaggio deforme che non era il solo frutto dell’immaginazione perversa dell’autore.
No, Kramer lo sapeva bene, quello era il resoconto di un viaggio avvenuto realmente. Quelle mostruosità provenivano da un luogo lontano, un posto che custodiva meraviglie al di là di qualsiasi possibile comprensione.
Heinrich Himmler era rimasto ammaliato dalle sue ricerche, dall’idea che esistesse una terra leggendaria in grado di fornire al popolo tedesco le armi per vincere ogni guerra e rendere il Reich non solo millenario ma, letteralmente, eterno.
Lui la identificava con la mitica Thule o con Agarthi, terre ancestrali da cui era sgorgato il seme che aveva dato vita alle genti della stirpe germanica.
Kramer era consapevole, invece, che non c’era nessun collegamento oggettivo. Nel corso degli anni, man mano che i suoi studi progredivano, si era ricreduto su molte delle sue passate convinzioni riguardo la storia delle origini del popolo ariano. Perfino sulla reale esistenza del Santo Graal, che aveva cercato per tutta la vita.
Ora era sicuro che anche quella sacra reliquia provenisse dal luogo misterioso le cui tracce erano state disseminate in posti sperduti della Terra. Che fosse Thule, Agharti, o nessuna delle due.
Hitler in persona gli aveva messo a disposizione un’intera squadra di SS, pronte a obbedire a qualsiasi suo ordine. Erano uomini fedeli ed efficienti, in grado di compiere ogni nefandezza pur di portare a compimento la loro missione. Anche torturare un vecchio religioso perché rivelasse l’ubicazione dei testi maledetti che conservava.
E il prete aveva parlato.
Helmut chiuse il tomo con un lieve tonfo della copertina di pelle corrosa dall’umidità. Lo ripose in una custodia protettiva e poi in una capiente borsa di cuoio nero. La mise a tracolla e fece un cenno ai due soldati. Questi si limitarono ad annuire e abbandonarono il vecchio rantolante al suo destino.
Le prime fiamme si arricciavano nel cielo cupo di novembre, quando Kramer uscì dalla chiesa col suo bottino. Salì sulla Mercedes – Benz G4 nera, senza voltarsi indietro, a fissare il fuoco abbagliante che si avventava sul legno antico della costruzione, divorandolo in un olocausto pronto a illuminare a giorno la notte incipiente.
Kramer continuava a pensare al bizzarro disegno che l’aveva colpito mentre sfogliava il libro misterioso. Non riusciva a fare altro. L’eccitazione della scoperta lo dominava. Rivide il gruppo di persone coperte da pesanti armature che fissavano, incredule, un artefatto brillante di strani raggi ondulati. Tutti sembravano temerlo, tenendosi a debita distanza.
Si domandò perché e la risposta che trovò fu piuttosto ovvia.
Si trattava di un oggetto leggendario. Il guerriero che fosse riuscito a indossarlo avrebbe potuto sconfiggere qualsiasi esercito. La sua mente vagò nella foresta buia che si spalancava oltre i finestrini dell’auto.
Il veicolo deviò nella boscaglia, fermandosi lungo una stradina sterrata.
– Perché si è fermato?
L’autista era sceso, puntando una Luger contro di lui. – Venga fuori senza fare scherzi e mi consegni il libro.
Solo in quel momento, Helmut si accorse che non si trattava del suo solito attendente. Lo sguardo inquietante era tagliato in due da una cicatrice che attraversava la radice del naso raggiungendo una guancia. Otto Rahn aveva una missione da compiere. Himmler non si fidava di Kramer e lo aveva messo alle sue calcagna perché lo intercettasse, interferendo con le sue ricerche. Questo avrebbe sortito ben due effetti. Il primo era quello di screditare Kramer agli occhi del Fuhrer; il secondo era di mantenere ogni informazione riservata. Solo Himmler doveva ottenere la reliquia. Otto era arrivato al punto di inscenare la sua morte per poter continuare a indagare nella massima segretezza.
Prese il libro, risalì in auto e scomparve, abbandonando Kramer nel bosco.
Avrebbe potuto eliminarlo, ma non aveva avuto ordini in proposito. Aveva solo una certezza.
L’Elmo di Odino sarebbe stato suo.
Werfenweng, Austria, dicembre 1943
Brigitte spronò il cavallo baio ad aumentare l’andatura. Percorse al galoppo la stradina fangosa che costeggiava un tumultuoso torrente. Le pezze bianche sui garretti dell’animale si stavano maculando di schizzi scuri, mentre veniva spinto a sfidare il vento freddo che spirava dai monti.
Un velo compatto di neve ricopriva il paesaggio, seppellendo alberi e prati in un biancore ovattato. Il vapore si condensava davanti alla bocca della ragazza in nuvole sfilacciate. Gli zoccoli calpestarono una lastra di ghiaccio e la bestia rischiò di scivolare, ma non rallentò. Riuscì a riprendersi. I ferri addentarono il terreno brullo e il cavallo continuò la corsa.
Brigitte sorrise. Una scarica d’adrenalina era proprio quello che ci voleva in una mattina gelida di fine anno. Si abbassò per evitare una fronda carica di neve, in tempo per tirare le briglie e costringere il baio a compiere una brusca sterzata verso destra. Attraversarono lo stretto ponte di legno che portava sul sentiero battuto dall’altro lato del corso d’acqua. Era una pista che tagliava in due uno degli appezzamenti di terreno che appartenevano a suo padre, Frank Thassen, uno degli uomini più facoltosi della zona. E non solo.
Dopo l’Anschluss del ‘38, le industrie siderurgiche Thassen erano state convertite in fabbriche di morte: produzione di armi, munizioni, fino agli odierni Panzer V Panther, i carri più potenti mai progettati. Tutto ciò aveva reso la famiglia di Brigitte una delle più ricche d’Austria e dell’intera Germania. Lei era figlia unica, erede universale delle fortune di suo padre, ma non era interessata alle industrie, a gestire un impero economico che con la fine della guerra avrebbe necessitato di essere ristrutturato e di prendere direzioni innovative per restare al passo coi tempi. No, Brigitte voleva una vita emozionante e avventurosa. Voleva viaggiare per il mondo e godersi la sua giovinezza. E invece i suoi unici svaghi, adesso, erano i cavalli. La leggerezza del mondo chiuso in cui viveva, lontano dagli orrori della vita reale e della guerra imperante che dominava le esistenze di milioni di persone ovunque nel mondo, le impediva di rendersi conto che ogni cosa stava andando in pezzi. Gli americani erano scesi in campo e stavano risalendo l’Italia; la Russia iniziava a reagire, rendendo un tributo di morte ai nazisti con tutti gli interessi e la morsa degli Alleati cominciava a stringersi.
Brigitte ignorava la realtà o forse voleva solo illudersi di non sapere e di sognare un altro mondo, un mondo in cui fosse libera di galoppare tutto il giorno senza avere pensieri cupi per il proprio futuro. Sentire i muscoli possenti dell’animale fremere sotto di lei, le donava una sensazione di potenza da lasciarla senza fiato, come quando era bambina e suo padre la portava a fare lunghe cavalcate sui monti. A quel tempo usava montare un grosso shire dalle zampe pelose. Era un animale imperioso, con una lunghissima criniera bruna e una folta coda. Lei lo amava. Era il suo preferito. Finché un fulmine caduto sulla stalla non aveva scatenato un incendio che aveva ucciso tutti i cavalli all’interno. Era stata una vera e propria tragedia. L’unico a essere sopravvissuto era stato il baio che scalpitava sulla pista proprio in quel momento. Frank aveva proposto di comprarne altri ma lei non aveva voluto. Non voleva soffrire ancora.
Brigitte tirò le redini, spingendo la cavalcatura verso il recinto che circondava la villa di famiglia. Poggiato alla lunga staccionata che la circondava, c’era un uomo abbigliato con l’uniforme nera delle Schutzstaffel. Le mostrine dai simboli d’argento lo identificavano come hauptsturmfuhrer, capitano delle SS. Aveva corti capelli castani, sfumati sulle tempie, laddove iniziavano a ingrigirsi. I suoi occhi scuri fissavano la ragazza che rallentava davanti a lui. Eppure il suo sguardo sembrava non essere del tutto preso dalla sua figura. Come se la trapassasse, perdendosi nella coltre di neve che imbiancava i boschi. C’erano pensieri ossessivi che continuavano a turbinare nella mente di Helmut Kramer.
– Hai trovato un po’ di tempo per me? – Una punta d’ironia trapelò dalle parole di Brigitte.
Lui accennò un sorriso malinconico. Era vero: negli ultimi tempi l’aveva trascurata, ma per un motivo superiore. La Germania aveva bisogno di lui e non poteva tirarsi indietro.
Il rombo di uno stormo di velivoli attraversò il cielo bianco. Insetti scuri che compivano traiettorie nette. Brigitte scese da cavallo, puntando gli occhi chiari, preoccupati, verso l’alto.
– Sono Junkers tedeschi, bombardieri – la tranquillizzò Kramer. – Vanno verso sud. In Italia.
Brigitte prese il cavallo per la cavezza e lo portò nella stalla ristrutturata, in cui aleggiava ancora l’odore di vernice. Lui la seguì dopo essersi acceso una sigaretta. Aspirò una boccata. Lui non aveva mai posseduto una stalla, né un cavallo, né una tenuta come quella.
Suo padre era stato un soldato nel vero senso della parola. Uno che credeva nella guerra come occasione di riscatto per il popolo tedesco. Un pazzo, quindi. Prima aveva appoggiato la Prussia imperiale di Otto Von Bismarck, il militarismo esasperato del kaiser Guglielmo II e, infine, prima di morire, si era detto entusiasta del riscatto nei confronti dell’Europa che il regime del nuovo cancelliere avrebbe offerto alla Germania.
Kramer non era come suo padre. Era un uomo di cultura, non un guerrafondaio. L’esperienza della Prima Guerra Mondiale, quando aveva appena diciassette anni, lo aveva convinto a non volerne affrontare una seconda. La sua posizione all’interno dell’Ahnenerbe gli aveva permesso di evitare il fronte in virtù delle ricerche sulle origini ancestrali della razza ariana. Hitler in persona gli aveva concesso di continuare i suoi studi e, in particolare, di concentrarsi su un argomento particolare.
Da anni era alla ricerca di un artefatto di cui aveva trovato traccia in molte testimonianze pittoriche e letterarie dal Portogallo alla Norvegia. Si trattava di una reliquia che non aveva origini terrestri ma ultraterrene. Forse proveniva da Agharti, dalla città al centro del mondo delle leggende tibetane, oppure dall’Atlantide nordica, l’isola di Thule. Kramer era scettico in proposito, tanto quanto Hitler sembrava esaltato di fronte alla possibilità di ottenere un’arma soprannaturale che avrebbe potuto rovesciare le sorti della guerra. Con Himmler, invece, non era mai andato troppo d’accordo, anche se il gerarca era rimasto fedele agli ordini del Fuhrer, almeno per il momento. Da studioso di archeologia, si era appassionato di fronte a un mistero storico di tale portata e il suo scopo era di trovare quell’oggetto e valutare poi le conseguenze se fosse caduto nelle mani dei nazisti. Era un atteggiamento disfattista, da traditore, ma Kramer era fortemente disgustato da tutto ciò che il Quarto Reich era riuscito a partorire nel corso della guerra. Tutto stava per finire e per la Germania non ci sarebbe stato un posto d’onore sul carro dei vincitori.
– Come stai? – esordì Brigitte, dopo aver sistemato il cavallo nel suo box e averlo rifocillato ficcando del fieno nella mangiatoia con una forcina.
– Solo un po’ stanco